La lezione di una grande filosofa del novecento europeo come María Zambrano ci ricorda, oggi più che mai, la precarietà della vita (per approfondire: L. Mortari “María Zambrano”, ed. Feltrinelli 2019). La condizione esistenziale in cui l’uomo oggi si è venuto a trovare è profondamente cambiata. La pandemia, a ondate, travolge e sconvolge le nostre esistenze. Vite che fino a poco fa vantavano “certezze” e ogni sorta di bene, tipicamente occidentali. Tutto questo, rileggendo la filosofa spagnola, ci può fare riflettere su alcune questioni importanti.
In primo luogo, riprendendo il pensiero senechiano dove ogni bene dell’uomo è provvisorio perché è in prestito, ci ricorda la nostra precarietà di esseri umani; e che tale condizione viene ridestata solo da elementi duri che lo riportano dinnanzi a se stesso. “Questo mare, così tempestoso e aperto a tutte le bufere, nel quale navighiamo, non ha altro porto che la morte.” (Seneca Consolazione a Palibio, 9,6)
L’uomo dipinto dalla Zambrano è un uomo fragile e vulnerabile, immerso nella drammaticità della vita, ma “in questa radicale debolezza ontologica, l’essere umano spera in un po’ di attenzione e di cura come atto fondamentale dell’esserci” (L. Mortari, 2019). In tale interpretazione sarebbe proprio il disperato bisogno di cura a spingere l’essere a procurarsi cose, che rischiano di far soccombere l’anima sotto la logica dell’appropriazione, cercando appagamenti fuori da sé per esistere.
Questi pensieri ci vengono a comunicare il desiderio innato di cura che l’uomo porta con sé e che si accentua in condizioni più avverse e drammatiche, come quelle che stiamo vivendo attualmente, quali inevitabilmente la vita ci espone.
L’aiuto offerto dalla filosofia allora è quello di portare l’attenzione verso la cura come conoscenza di sé, con le nostre fragilità debolezze, nel “patire l’angoscia”. Dove però, vivere come cura significa anche “servire a qualcosa”, vivere con gli altri e per gli altri. La sguardo e la vita si allargano se ci nutriamo della parola cura, che però non può esistere senza il concetto di rispetto per gli altri. Infatti, riprendendo la tesi dei suoi maestri, la Zambrano mette l’accento su come vivere è convivere: perché “Non c’è vita se non si viene ad esserci nello sguardo degli altri”.
Prendendo in considerazione questa dimensione intimista, interiore, diamo la possibilità all’essere di ritornare a sé, di prendere coscienza, anche del senso di angoscia - di questi tempi ancora più incerti - ritrovando però conforto nella vita che vive e che impara a convivere con se stessa, i propri limiti, e con gli altri.